A Berlino riscoppia l’antica passione tra Merkel e i liberali
Unione e liberali hanno vinto la loro prima scommessa sabato pomeriggio, quando il capo di stato tedesco uscente, Horst Köhler, è stato rieletto con maggioranza assoluta. Una vittoria al limite, i 613 voti che ha ottenuto erano il quorum minimo. Al limite anche perché, come si è scoperto dopo, a votarlo era stato almeno uno dei grandi elettori in quota Verdi, partito che – come i socialdemocratici – sosteneva ufficialmente l’altro candidato, Gesine Schwan.

Unione e liberali hanno vinto la loro prima scommessa sabato pomeriggio, quando il capo di stato tedesco uscente, Horst Köhler, è stato rieletto con maggioranza assoluta. Una vittoria al limite, i 613 voti che ha ottenuto erano il quorum minimo. Al limite anche perché, come si è scoperto dopo, a votarlo era stato almeno uno dei grandi elettori in quota Verdi, partito che – come i socialdemocratici – sosteneva ufficialmente l’altro candidato, Gesine Schwan. Questa defezione ha istigato le speculazioni su altri possibili disertori tra le fila di Unione (l’alleanza tra cristianodemocratici e cristianosociali) e Fdp, così come tra quelle di Spd e Verdi. E così, per quanto le elezioni del capo di stato in Germania non siano dirette, è partito il gioco del totocoalizione che potrebbe formarsi all’indomani delle elezioni politiche del 27 settembre.
La domanda è: resisterà la grande coalizione? Con la presenza della Linke di Oskar Lafontaine, gli equilibri un tempo abbastanza stabili sono infatti saltati. La cancelliera, Angela Merkel, è stata interrogata: quanto è compatto il fronte Unione-Fdp? La vittoria di Köhler si può già interpretare come esito possibile del voto autunnale? Merkel, come è sua abitudine, non ha risposto alle domande. “Che il partner d’elezione per la Kanzlerin sia l’Fdp è cosa scontata, così come lo è per noi”, spiega al Foglio Hermann Otto Solms, responsabile della politica finanziaria della Fdp. Insomma, si ripunta su una coalizione nero-gialla, nonostante questi quattro anni di grande coalizione “che hanno visto Merkel andare decisamente a sinistra”. E’ vero che ha dovuto attenersi a un programma di governo deciso e sottoscritto con i socialdemocratici, ma non sono pochi i liberali che ora vorrebbero maggior chiarezza da parte della Kanzlerin. “I tedeschi avrebbero bisogno di sapere finalmente da che parte sta”.
Intanto però alla Fdp il fatto che Merkel continui a tenersi sotto coperta sembra tornare utile. Sono loro che, nonostante la crisi, l’ondata antiliberista, il progressivo ritorno dello stato nell’economia registrano la maggior crescita di consensi pescando anche tra quell’elettorato della Cdu al quale la politica dell’Unione in questi anni è parsa sempre più sociale e sempre meno orientata al mercato. Con questo, a iniziare dal fondo di salvataggio delle banche, il Sofin, non è che i liberali abbiano contestato i provvedimenti presi dal ministro delle Finanze, Peer Steinbrück, e Merkel, così come sono a favore del progetto “bad bank” per separare gli asset tossici dalle parti sane delle banche e delle aziende.
“Ciò che secondo noi oggi però non funziona affatto è pensare di uscire dalla crisi aumentando il debito pubblico. Un debito, va detto, che il governo attuale avrebbe potuto abbassare già negli anni passati, quando il mercato tirava e le entrate crescevano. Cinquanta miliardi di euro in più di entrate fiscali, come sono state registrate dal 2006 al 2008, avrebbero potuto essere impegnati in modo migliore. Per esempio, detassando anziché aumentando la pressione fiscale e rafforzando così la domanda interna. Invece Steinbrück ha continuato a spendere. E’ paradossale che siamo noi a dirlo, ma la riforma dell’ex cancelliere Schröder – Hartz IV – andava nella giusta direzione, puntava alla riduzione dei costi sociali e del lavoro. Poi però non si è avuto il coraggio di continuare per questa strada, anzi si è tornati indietro”.
C’è chi sostiene che Merkel in fondo sia grata alla Fdp, perché dice ciò che lei ora come ora non può e non vuole dire. Troppo imprevedibili sono gli umori degli elettori, troppo imprevedibili le reazioni interne all’Unione, così come il possibile evolversi della crisi. Va dunque bene che la Fdp abbia rimesso al primo posto del suo programma elettorale la riduzione della pressione fiscale, soprattutto sul ceto medio. “La spina dorsale produttiva di questo paese, la classe media, deve essere sgravata dal peso delle tasse. Soltanto in questo modo si può pensare che torni a investire, il che porterebbe a nuovi posti di lavoro, maggiori entrate fiscali, più disponibilità economica del singolo, maggiore propensione all’acquisto. Non è lo stato assistenziale, direzione nella quale invece si muove la Grosse Koalition, a poter riavviare l’economia, la crescita produttiva e quella del mercato del lavoro”.
A pensarla così è, stando ai sondaggi sulla Fdp, circa il 14 per cento degli elettori. E’ un fenomeno curioso quello a cui si assiste in Germania. Lascia stupiti per esempio la calma apparente con la quale viene vissuta la crisi. E’ vero, il peggio deve ancora venire, ma non passa giorno in cui gli analisti non parlino della grande ondata di licenziamenti che ci sarà nella seconda metà dell’anno. Eppure non c’è una corsa verso la Linke. La sinistra alternativa di Oskar Lafontaine non sta guadagnando punti, anzi. “Soprattutto se confrontata con problemi concreti, la gente non si affida a chi fa promesse evidentemente non onorabili”, dice Solms. Ma se la Cdu è il partner d’elezione, anche i liberali non intendono chiudersi alle altre possibilità, non intendono ripetere l’errore del 2005 dove decisero o con l’Unione o con nessuno.
A pensarla così è, stando ai sondaggi sulla Fdp, circa il 14 per cento degli elettori. E’ un fenomeno curioso quello a cui si assiste in Germania. Lascia stupiti per esempio la calma apparente con la quale viene vissuta la crisi. E’ vero, il peggio deve ancora venire, ma non passa giorno in cui gli analisti non parlino della grande ondata di licenziamenti che ci sarà nella seconda metà dell’anno. Eppure non c’è una corsa verso la Linke. La sinistra alternativa di Oskar Lafontaine non sta guadagnando punti, anzi. “Soprattutto se confrontata con problemi concreti, la gente non si affida a chi fa promesse evidentemente non onorabili”, dice Solms. Ma se la Cdu è il partner d’elezione, anche i liberali non intendono chiudersi alle altre possibilità, non intendono ripetere l’errore del 2005 dove decisero o con l’Unione o con nessuno.
I numeri potrebbero non bastare, e anche se oggi nessuno guarda ancora apertamente verso i Verdi, quel voto che sabato ha evitato a Köhler di sottoporsi a un secondo turno, non viene sottovalutato. Anche perché nell’Unione stessa gli animi sono divisi e dunque rischiano di destabilizzare l’elettorato. Sulle tasse, così come sulla vicenda Opel. Roland Koch, governatore dell’Assia, dove si trova il più importante stabilimento della casa automobilistica, Rüsselsheim, fa pressioni perché arrivi il benestare di Berlino alla proposta Magna, mentre il ministro dell’Economia Karl-Theodor zu Guttenberg, non esclude l’ipotesi di insolvenza. “Che poi è anche la nostra posizione – sottolinea Solms – Un conto è creare un fondo di salvataggio per le banche, fondo sul quale siamo stati d’accordo pure noi. Un conto è salvare banche di interesse nazionale come la Commerzbank, anche se noi avremmo preferito un provvedimento del genere per tutti gli istituti indistintamente, cioè all’inglese, in modo da evitare una concorrenza distorta. Un altro è mettere soldi in un progetto di cui non si capiscono le finalità. Meglio allora sottoporre Opel a una procedura di insolvenza, nominare un commissario, e poi dopo vedere a chi vendere la società”.